No al copyright (parte seconda)

1 November 2006
Archiviato in Cultura Libera, Segnalazioni — Redazione @ 17:05

Lo scorso febbraio abbiamo pubblicato un intervento di Marco Caponera sul “No Copyright”, tema sempre attuale e dibattuto. Eccone la continuazione, precisando che le opinioni sotto riportate sono esclusivamente quelle dell’autore.

NO COPYRIGHT di Marco Caponera (parte seconda)

L’editore no copyright

Così come controverso appariva per l’autore, così il copyright appare in relazione alla figura dell’editore. Precedentemente ho avuto modo di spiegare come di fatto si avvantaggi più l’editore dell’autore della presenza della protezione del copyright, ma anche l’editore ha modo di porsi in una posizione antagonista allo status quo, ma facendo a sua volta una scelta assolutamente radicale. Infatti, apparentemente violare, liberarsi, dal copyright costituirebbe un danno per una qualunque casa editrice, ma così non è.
I due esempi di postilla al no copyright che suggerivo recitavano rispettivamente: “deve essere citata la paternità dell’opera”: e questa è evidentemente diretta a favorire la “presenza” dell’autore in relazione allo scritto; mentre l’altra “ad esclusione dei fini commerciali”: è invece diretta a escludere lo sfruttamento commerciale dell’opera da parte di soggetti estranei alla pubblicazione. In questo caso il vantaggio è sì per l’autore ma anche e soprattutto per l’editore nel vedere tutelato il proprio lavoro.

Scendendo nel particolare, tempo fa, quando lavoravo part-time presso la biblioteca della mia facoltà mi capitò di comunicare all’editore di un bollettino editoriale, il fatto che il loro distributore per le biblioteche, proprio in virtù dell’assenza totale di copyright della pubblicazione, provvedeva a inviarne una versione in fotocopia a tutti i propri clienti, ricavandone un pagamento pieno rispetto alla pubblicazione originale.

Mentre all’editore dell’opera non arrivava che il pagamento di un’unica copia, quella per realizzare le fotocopie. Questa operazione, a ben vedere, potrebbe avere anche gli estremi di una truffa poiché le biblioteche pagavano il prezzo della rivista originale, venendo in possesso di una semplice fotocopia. Per l’editore invece non può dirsi altrettanto perché fotocopiare, anche per fini commerciali, quel bollettino era consentito proprio dalla rinuncia alla tutela del copyright. Questo esempio mi sembra illustri molto bene quanto intendo dire al proposito.

L’opera libro, o rivista, infatti non è soltanto costruita dal suo contenuto, ma anche da tutti gli elementi che ne costituiscono la “forma”: il formato, la copertina, il tipo di carta, il lavoro bio-bibliografico, di cura, di editing e di impaginazione. Tutti questi elementi caratterizzano l’opera nel suo complesso e nella sua forma materiale. Il libro, la rivista. Ora non considerare questo lavoro equivarrebbe a considerare l’editore alla stregua di un tipografo, e non è così.

La dicitura di cui parlavo, rende possibile qualificare queste attività e la protezione dell’opera passa significativamente da una protezione limitante della circolazione delle idee, dentro la logica del diritto d’autore, a una semplice tutela del lavoro svolto per realizzare l’oggetto libro, fuori da questa logica ma non per le attività lucrative. I principi che fondano le due impostazioni ideologiche sono molto differenti. L’importanza ideologica del no copyright rimane quindi immutata. La possibilità oggettiva di circolazione anche dell’intero libro anch’essa immutata, viene però impedito a soggetti estranei di impossessarsi di un guadagno realizzato a danno del lavoro altrui.

Perché un editore “alternativo” possa affermarsi, non serve il copyright, che come per l’autore, è soltanto uno specchietto per le allodole che serve per tutelare ben altri interessi. Per comprendere ancora meglio si deve ampliare il discorso: il problema vero che ogni editore conosce bene è la possibilità di avere visibilità mediatica, una distribuzione almeno nazionale e l’effettiva presenza in libreria.

Faccio un altro esempio sempre legato alla mia esperienza diretta: la casa editrice per cui curo la collana di saggistica, Le Nubi Edizioni, ha apposto il no copyright sul mio libro, “La sparizione del reale”. Questo testo, attualmente risulta essere il più venduto della collana di saggistica – anche grazie alla bella illustrazione di copertina realizzata da Virginia Bray, una illustratrice dalle grandi capacità simboliche di interpretazione del testo – anche in presenza di autori ben più importanti e affermati. Questo, lungi dal volermi paragonare a filosofi di cui sono semmai soltanto un allievo, fa emergere un dato importante in questo contesto.

Il libro, indipendentemente dalla copertura del copyright viene acquistato, in molti hanno deciso di spendere i propri denari per entrare in possesso di una copia originale del libro e non di una fotocopia. Non solo, lo stesso titolo verrà tradotto in Portogallo da una casa editrice che stava seguendo alcune opere pubblicate da Le Nubi Edizioni. Anche qui, senza un editore controcorrente non sarebbe stato possibile varcare gli angusti limiti di lingua e nazionali. Senza la visibilità offerta da un sito internet specializzato nella vendita di piccoli e medi editori, con il quale abbiamo realizzato una collaborazione, l’editore portoghese non avrebbe conosciuto la casa editrice. Un circolo virtuoso questo che non è stato per nulla bloccato dalla assenza di protezione del diritto d’autore.

Con questo intendo anche dire che un progetto editoriale alternativo (prendendo il termine nell’accezione più ampia possibile) è frutto di una intenzione precisa e non è un semplice ornamento. Il no copyright non è un accessorio, fare la scelta del no copyright non può essere di “moda”, né di “ornamento” ideologico dei propri scritti. Rifiuto la posizione radical chic di chi “liberalmente” si pone in posizione di superiorità morale nei confronti del copyright. Il no copyright è, prima un’affermazione, poi un atto politico, una forma di antagonismo nei confronti di Microsoft, Vivendi, Sony, RCS, Mondadori ecc… La diffusione conflittuale di idee estranee al sistema in toto, o in massima parte, è immediatamente atto politico, la proliferazione delle idee è un passo necessario, gli strumenti sono perfino ridondanti per lo scopo, ma la loro utilizzazione è spesso contraddittoria o idealizzata. Avere uno strumento a disposizione e saperlo usare non porta automaticamente a un risultato utile alla causa. Come saper scrivere non equivale a scrivere cose intelligenti. C’è bisogno di strumenti, di “attrezzi” critici, che nascono tali e non lo diventano per caso o per fraintendimento.

Il conflitto sul diritto d’autore in questo momento volge al peggio, o almeno così sembra guardando gli accadimenti internazionali. Già stiamo sperimentando i danni madornali dei sistemi anticopia, ma a breve se non si riuscirà a imporre un freno questi sistemi, che ora sono facoltativi, verranno imposti a tutti i produttori di software e musica, coinvolgendo di fatto anche coloro che sono contrari alla protezione economica dalla copia.

In ambito editoriale della carta stampata, la prima cosa che mi viene in mente possano fare sarà rendere obbligatorio il bollino SIAE cosa che accade già per la musica. Non immagino quale possa essere il passo successivo, ma già a questo punto il copyleft non ci aiuterà più a far apparire belli e liberi i nostri “contenuti” perché la “forma” che questi avranno sarà fatta di sbarre e cancelli e non più di carta e inchiostro.

2 commenti

  1. Libera, libera circolazione delle idee.
    E mi vengono in mente le autostrade, il casello e il varco per
    l’accesso a quelle strade, strada per auto, autostrada.

    Il casello, sorta di “copyright”, è posto all’ingresso, posto di riscossione,
    come appare pure “casello” quella cassa in una qualsiasi libreria.

    In questo periodo il problema appare più evidente e più evidente
    dovrebbe apparire a tutti che non sia più l’automobile-libro
    ma proprio la strada,il percorso obbligato,
    con tanto di casello, la gestione per “cilindrata” per “potenza”
    il macigno-copyright che fa si che quell’idea che quel
    libro (meglio che quell’autore-autista) non abbia SEMPRE la possibilità di percorrere e fino al lettore che,
    quell’idea quel racconto quel pensiero, leggerà.

    No Casello = No Copyright
    Cioè il casello è casello quando quella strada viene scelta e percorsa
    volutamente a scopi e per utilizzi economici, a fine di lucro.

    Accettare supinamente il copyleft è di nuovo riconoscere a quel casello a quei
    casellanti-editori proprietari dello “stradone” (pure) il DIRITTO in
    sorta di possesso sulla viabilità data provvisoriamente in “concessione”
    allo scrittore quando questi (o la sua idea) percorresse altre vie
    per solo, ad esempio, pure in bicicletta far conoscere l’idea che
    in editoria è lo scritto è il pensiero è il racconto di una storia, è
    il narrare una fantasia o una certezza o un dubbio.

    Non è nulla di una idea legata al software o allo hardware o all’invenzione
    da proteggere di questo o quell’oggetto o il solo pensarlo a come andrebbe fatto
    NEL reale. Scrivo per difendere, io lettore, per difendere gli scrittori.
    Lo faccio come posso e pure questo darebbe da pensare, l’assenza
    su quella autostrada proprio del nostro pensiero espresso in quanto lettori.

    No copyright ad esclusione degli utilizzi per fini di lucro.
    Chiaro e forte impresso sul luogo classico o in basso, addirittura corpo otto,
    sul frontespizio di quell’autore-libro-veicolo di pensieri umani.
    Concordo con Caponera al ciento per ciento.

    Pasquale.
    Ringrazio per lo spazio di comunicazione concesso agratisse.
    Portate pazienza per gli strafalcioni, io sono il lettore mica lo scrittore!

    Ps Permettetemi allora un po’ di ironia fra tanta tristezza.
    mi avvedo ora di esser, di vedere scritto tosto tosto
    in altro a destra su questa pagina ove sono capitato…
    “progetto stampa alternativa”.
    Avete dubbi? Alternativa a che?
    …all’autostrada o alla mulattiera “casellata”?

    Commenti by Pasquale — 4 November 2006 @ 14:52

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