HOME > ARCHIVIO LETTERA 22 > SULLA NECESSITA' DELLE CANZONI DI PIERANGELO BERTOLI
 
  SULLA NECESSITA' DELLE CANZONI DI PIERANGELO BERTOLI

Ciò che avevo da scrivere sulle canzoni di Pierangelo Bertoli l’ho scritto come meglio ho potuto/saputo in “Rosso è il colore dell’amore”. Anche se è vero che repetita iuvant, lo è altrettanto il fatto che alla fine ci si stanca (sed stufant, se la memoria goliardica di liceale non m’inganna). Di Bertoli, a dieci anni dalla morte, voglio dunque evidenziare l’aspetto necessario della sua discografia al tempo del balbettio della canzone d’autore e del collasso delle società. Non fosse che i suoi dischi non si (ri)stampano più a ben ascoltarli si scoprirebbe, per esempio, a che gioco giocano sulla nostra pelle (sulla pelle di qualunque “figlio d’un cane” del pianeta, da Forlimpopoli a Timbuctù) le lobby del potere attraverso i loro apparati di conservazione. Occorrerebbe farsene una ragione, prima o poi: la storia degli uomini è soprattutto una storia di lotta di classe. Lo aveva capito bene Marx all’alba della società industrializzata, e Bertoli - nel suo piccolo - dopo di lui: all’epoca del pane e delle rose (per i refrattari alle metafore sarebbero gli anni Settanta) prima, quindi in quello inutile - bubble gum - che corre dagli Ottanta al nuovo millennio, quando i più, anche nella canzone, cominciano a ripiegare sul “Niente che avanza(va)” in grande stile.
Un ascoltatore immune alle erosramazzottate & cloni da talent show, capace ancora di capirci qualcosa sulla capacità che hanno di smuovere le montagne musica e parole, ascolta Bertoli e poi ...


 
   
(Pagina 1 di 2)